Navigando in questa sezione è possibile scoprire informazioni storiche e storico-artistiche sulla chiesa dal 1584 a oggi.
La Chiesa di S. Maria Assunta si trova nel centro storico di Borgaro Torinese e rappresenta uno dei riferimenti più significativi del territorio per valore religioso, storico e comunitario. L'edificio conserva una presenza architettonica sobria ma riconoscibile, con la facciata completata nel corso dell'Ottocento, il campanile eretto nel 1740 e la Cappella gentilizia dei Conti Birago, che costituisce uno degli elementi più rilevanti del complesso. All'interno, la chiesa custodisce spazi di culto e di memoria che raccontano secoli di devozione, trasformazioni e cura del patrimonio condiviso. La sua identità è legata anche ai restauri recenti, che hanno riportato attenzione su dettagli decorativi e strutture storiche.
Le informazioni qui contenute sono tratte principalmente dal volume G. Colombatto, Borgaro: origini e storia del suo territorio, Città di Borgaro Torinese, Borgaro Torinese 2019 (II ed.), dalle altre pubblicazioni via via citate e dai documenti storici dell'archivio storico parrocchiale e di altri archivi. L'attività di ricerca del Comitato ha permesso in alcuni casi di precisare e rivedere alcune delle conclusioni precedentemente pubblicate. Dunque questa pagina è da considerarsi la fonte più aggiornata sulla storia della chiesa attualmente disponibile.
La presenza di edifici religiosi a Borgaro Torinese è attestata fin dall'alto Medioevo, quando il nucleo abitato si sviluppava lungo l'attuale via Lanzo, dove sorgeva la chiesa romanica di Santa Maria delle Grazie, in seguito rimaneggiata e trasformata in cappella cimiteriale nel Settecento e definitivamente demolita nel XX secolo. A partire dal XII secolo il centro della vita cittadina si spostò progressivamente nell'area dell'attuale centro storico, nei pressi del castello.
In questo nuovo contesto urbano, nel 1584, la contessa Margherita Langosco di Stroppiana promosse la costruzione di una chiesa a navata unica dedicata a sant'Antonio, completata nel corso del XVII secolo. L'edificio aveva un aspetto profondamente diverso da quello odierno: era costituito da un'unica navata coperta da un soffitto ligneo piano. Di questa prima costruzione non si conservano più tracce nell'attuale impianto della chiesa. Con ogni probabilità, negli ultimi anni precedenti al rifacimento settecentesco vennero realizzati il portale d'ingresso e il confessionale ligneo che, già nel XVIII secolo, occupava la nicchia della controfacciata sulla destra per chi entra.
Nei decenni successivi alla sua edificazione, la chiesa di Sant'Antonio svolse presumibilmente la funzione di chiesa sussidiaria della parrocchia di Borgaro, la cui sede rimase fino al 1694 nella chiesa di Santa Maria delle Grazie. A partire da quell'anno e per un breve periodo i parroci di Borgaro iniziarono a definirsi titolari della Parrocchia dei Santi Cosma e Damiano, già da tempo patroni del paese. Non è tuttavia chiaro se al mutamento della titolazione corrispondesse anche un effettivo trasferimento della sede nella cappella campestre dedicata ai due santi, eventualità che potrebbe essere ricondotta al precario stato di conservazione della pieve di Santa Maria.
È certo, invece, che poco dopo, agli inizi del XVIII secolo, la sede parrocchiale fu trasferita nella chiesa di Sant'Antonio e che, nello stesso periodo, l'edificio assunse la nuova titolazione di Santa Maria Assunta. Nel suo nuovo ruolo, l'edificio andò incontro a una vasta campagna di trasformazioni che portò alla progressiva apertura delle cappelle laterali fino alla metà del secolo. In particolare, durante il ministero del parroco Giovanni Merenda da Niella Tanaro, in carica dal 1706 al 1717, vennero realizzate: la cappella di sant'Antonio abate nel 1709 (la terza sulla sinistra entrando, corrispondente all'attuale cappella Birago); la cappella della Vergine del Rosario nel 1710 (la terza sulla destra); la cappella di san Giovanni Battista e santa Lucia (al centro sulla sinistra); la cappella di sant'Antonio da Padova e san Guglielmo d'Aquitania (la prima sulla sinistra, corrispondente all'attuale cappella di sant'Antonio abate); e la cappella della Concezione (al centro sul lato destro). Contestualmente a questa prima campagna di lavori venne innalzata la volta del presbiterio, completata nel 1711.
Intorno alla metà del XVIII secolo proseguirono gli interventi di trasformazione della chiesa. Il primo riguardò la costruzione del nuovo campanile, resa necessaria dal fatto che la struttura provvisoria destinata a sostenere le campane, in assenza della torre, trasmetteva pericolose vibrazioni alla copertura, provocando danni anche alle murature dell'edificio. Nel 1740 venne quindi edificata la nuova torre campanaria sul terreno precedentemente occupato dal forno feudale, ceduto dal conte Ignazio Camillo Birago alla parrocchia in cambio della proprietà della cappella di sant'Antonio Abate. Entrato in possesso della cappella, il conte Birago ne dispose il rifacimento per realizzare quella che ancora oggi è nota come cappella Birago, destinata alla sepoltura della famiglia e intitolata al Cristo alla colonna.
In seguito alla costruzione della torre campanaria e della Cappella Birago, la comunità di Borgaro deliberò un nuovo intervento di ristrutturazione dell'edificio, favorito dall'intraprendenza del nuovo parroco, don Anselmo Sciandra da Pamparato, in carica dal 1738 fino alla morte, avvenuta nel 1773: nel 1742 venne allestita l'ultima cappella, quella dedicata a sant'Ignazio di Loyola e a santa Margherita da Cortona (la prima sulla destra entrando, di fronte alla quale il parroco volle essere sepolto); nel 1752, a spese della comunità, fu sostituito il soffitto ligneo che ancora copriva la navata con una vera e propria volta in muratura, ottenuta sopraelevando i muri laterali e rafforzando i pilastri centrali per conferire maggiore monumentalità e stabilità alla struttura.
L'intervento sui pilastri causò il restringimento delle cappelle centrali, che progressivamente persero lo statuto di cappelle autonome e vennero destinate ad altri usi: nella cappella di san Giovanni Battista e santa Lucia fu collocato un pulpito sopraelevato con un confessionale al di sotto (l'altare originario fu trasferito nella cappella campestre dei Santi Cosma e Damiano, dove tuttora si trova, nascosto dal presepe meccanico); quella della Concezione subì una progressiva decadenza per poi essere anch'essa dismessa e occupata da un confessionale.
Alla medesima campagna di interventi appartiene anche il rifacimento del presbiterio, il cui progetto può essere riferito, con ogni probabilità, al conte Birago, anche se la costruzione materiale dell'altare fu completata poco dopo la sua morte.
Nel corso dell'Ottocento si colloca l'ultima grande campagna di lavori che conferì all'edificio l'aspetto attuale. Fu completata la facciata, rimasta fino ad allora incompiuta (probabilmente per mancanza di fondi), e vennero dipinte le decorazioni in finto marmo dalle tonalità rosate sulle colonne della chiesa, con la quale fu sostituita la finitura settecentesca delle colonne, delle pareti e della volta con motivi ornamentali fitomorfi (ancora oggi visibili sulle parti non toccate dall'intervento ottocentesco, come la volta della navata e i voltini delle cappelle).
Sotto la guida del prevosto don Pietro Giacoma furono realizzati numerosi interventi di completamento e arricchimento dell'edificio: nel 1821 venne installato un nuovo organo, oggi non più conservato; nel 1823 furono eseguiti lavori di riparazione del tetto e della casa parrocchiale; nel 1835 vennero acquistate e collocate le due acquasantiere tuttora esistenti; nel 1855 il Comune stanziò 250 lire per il rifacimento della pavimentazione in cotto piemontese e l'anno successivo acquistò l'orologio per la torre campanaria in sostituzione di un vecchio meccanismo ormai non più riparabile (con ogni probabilità l'esemplare oggi esposto in fondo alla chiesa e restaurato nel 2025).
Nel 1885, come si apprende dalla relazione della visita pastorale dell'arcivescovo Bertagna, il pulpito settecentesco ricavato nella precedente cappella di san Giovanni Battista e santa Lucia non era più presente. In sua sostituzione venne collocato il pulpito poi ricollocato sul lato destro del presbiterio, dove è tuttora visibile: un manufatto ligneo pensile a pianta semiottagonale, accessibile mediante scala laterale, con parapetto scandito da formelle raffiguranti gli evangelisti Luca, Giovanni e Matteo, spigoli ornati da erme con teste di cherubino e motivi fitomorfi, cassa terminante in una piramide rovesciata intagliata e baldacchino con lambrecchini al cui centro trova posto la colomba dello Spirito Santo. L'eclettismo dell'apparato decorativo ne suggerisce una datazione compresa tra l'ottavo e il nono decennio del XIX secolo.
Risalgono verosimilmente allo stesso periodo anche i candelabri, oggi adattati a lampadari elettrici, in origine destinati all'illuminazione della navata e dell'altare durante le funzioni liturgiche: realizzati in ottone, con struttura a pallone rigonfio costituita da festoni a goccia, un modello ampiamente diffuso nelle chiese piemontesi tra la fine del XVIII e il XIX secolo.
Nell'ambito della medesima campagna di interventi furono rinnovate le decorazioni della volta del presbiterio nel 1866: il pittore Giuseppe Gardino dipinse la volta con i quattro evangelisti agli angoli e la colomba dello Spirito Santo al centro, completando l'opera con motivi ornamentali e il rifacimento delle dorature dei capitelli dei pilastri. Allo stesso periodo risale anche l'attuale pala d'altare raffigurante l'Assunta in cielo con, nella parte inferiore, i santi compatroni di Borgaro, Cosma, Damiano e Benedetto Martire. Il dipinto riprende il soggetto della precedente pala settecentesca: interpretata frettolosamente come opera del pittore Francesco Gonin durante un'ispezione della Sovrintendenza all'inizio degli anni Duemila, l'opera rimane per ora anonima, pur riconducibile alla mano di un pittore neoclassico di sicura abilità.
All'inizio del XX secolo, l'edificio aveva ormai assunto la forma attuale. Fu soprattutto il secondo dopoguerra, con il boom economico, a spingere nuovamente la comunità a intervenire sull'edificio. Fu soprattutto don Giovanni Banche, che ricoprì la carica di parroco di Borgaro a partire dal 1943, a guidare questi interventi: negli anni Cinquanta e nella prima metà degli anni Sessanta si procedette al rifacimento dei tetti, alla ridipintura di alcune decorazioni, all'installazione di un primo impianto elettrico e di riscaldamento. Questi lavori si conclusero nel 1964, come ricorda l'iscrizione collocata sul cornicione sopra il portone d'ingresso. anche se furono comunque realizzati ulteriori interventi manutentivi nel corso del decennio successivo (nuovamente ai tetti e all'orologio). Più rilevanti furono gli interventi sul presbiterio attuati a seguito del Concilio Vaticano II, svoltosi tra il 1962 e il 1965: venne realizzato un nuovo altare mobile destinato alla celebrazione rivolta verso l'assemblea e, contestualmente, un ambone per la proclamazione della Parola di Dio. L'inserimento dei nuovi arredi nel presbiterio settecentesco avvenne secondo criteri saggiamente conservativi, cioè senza alterare l'impianto originario del preziosissimo altare marmoreo settecentesco e con inserimenti di pedane e arredi completamente removibili.
Nel 2023 i parroci Don Alessandro Martini e don Sergio Fedrigo, insieme con il viceparroco don Marco Varello, hanno promosso la costituzione del Comitato “Pro Chiesa Centro Storico”, destinato alla tenuta in buon ordine dell'edificio e alla sua valorizzazione religiosa e culturale. Nei primi due anni di attività del comitato, la chiesa è stata nuovamente aperta, sia pure in periodi limitati dell'anno, per alcune celebrazioni liturgiche, visite guidate storico-artistiche e iniziative culturali finalizzate alla valorizzazione e al restauro della chiesa. In quest'ultimo ambito, un primo risultato di assoluto rilievo è stato il restauro della cappella Birago, inaugurata nel settembre 2025 e frutto di una raccolta fondi a cui hanno preso parte la comunità locale, il Comune e la Fondazione CRT, in un esempio virtuoso di collaborazione tra cittadini e istituzioni per la tutela di un patrimonio materiale di assoluto rilievo per la preservazione dell'identità storica della comunità che lo possiede. Nel 2026, mentre termina la fase di pulizia straordinaria dell'edificio e di censimento dei beni che contiene e prosegue l'attività di progettazione di nuovi interventi di restauro, sono riprese le funzioni liturgiche su base regolare. Esse si svolgono dalla primavera all'autunno, secondo un calendario che armonizza le attività religiose presso la chiesa di Santa Maria Assunta con tutte le altre della comunità parrocchiale, di cui l'edificio è tornato a essere pietra viva, segno di una continuità di fede, arte e cultura che attraversa i secoli della storia e le generazioni degli esseri umani.
L'altare maggiore della chiesa di Santa Maria Assunta costituisce l'elemento di maggiore rilievo dell'edificio e il fulcro dell'intero spazio del presbiterio, cioè dell'area che ospita l'altare stesso.
La sua realizzazione risale alla seconda metà del Settecento e, con ogni probabilità, è riconducibile a un progetto del conte Ignazio Renato Birago di Borgaro. Sebbene non siano stati rinvenuti né un disegno autografo né documenti che ne attestino ufficialmente la paternità, tale mancanza non esclude minimamente un suo diretto coinvolgimento nella progettazione. A sostegno di questa ipotesi concorrono infatti sia altri lavori effettuati nella chiesa sia il confronto con altre opere riconducibili all'attività del Birago. Particolarmente significativo risulta il raffronto con i marmi della cappella di Sant'Uberto nel castello di Stupinigi e, soprattutto, con l'altare maggiore della chiesa della Madonna del Carmine di Torino, da lui riadattato, che presenta un impianto architettonico e uno schema compositivo sostanzialmente coincidenti con quelli adottati per la chiesa dell'Assunta.
Proprio nella chiesa della Madonna del Carmine il Birago sovrintese ai lavori di completamento dell'edificio, progettato inizialmente da Filippo Juvarra, intervenendo anche sull'altare disegnato da Benedetto Alfieri, entrambi suoi predecessori nel ruolo di architetti di corte presso la corte dei Savoia. In assenza di prove documentarie definitive, le evidenti affinità stilistiche, la qualità dell'apparato marmoreo e il ruolo della famiglia Birago a Borgaro nei lavori di ristrutturazione della chiesa nel Settecento (con la costruzione della cappella gentilizia) costituiscono pertanto elementi che suggeriscono una plausibile attribuzione del progetto al conte.
La relazione pastorale del 1769 redatta da don Anselmo Sciandra riporta che la balaustra, destinata a separare il presbiterio dalla navata, era ancora in costruzione. I lavori di essa e dell'altare furono ultimati alcuni anni più tardi: la balaustra nel 1783 e l'altare nel 1786, entrambi dopo la morte del Birago (ma è chiaro che ciò non costituisce un problema per l'attribuzione, essendo che il conte avrebbe fornito il progetto, mentre la realizzazione concreta avanzava con il lavoro delle maestranze artigiane e sulla base delle disponibilità economiche).
L'altare è costituito da una mensa a urna con oculo ovale centrale, incorniciato da un motivo di foglie di palma. Alle sue spalle il corpo si amplia con un andamento concavo, delimitato lateralmente da volute e sormontato da due gradini in marmo e da un terzo gradino ligneo, aggiunto successivamente. Al centro si inserisce il tronetto marmoreo, concepito come un tempietto a edicola con basamento decorato da triglifi e apertura centinata, scandita da otto colonne di ordine composito. Come detto in precedenza, per concezione architettonica e linguaggio decorativo esso richiama, seppure in dimensioni più contenute, quello dell'altare maggiore della chiesa della Madonna del Carmine di Torino. L'insieme ripropone un modello di ascendenza romana, ancora debitore della tradizione seicentesca, reinterpretato tuttavia secondo un gusto neoclassico.
Tra il 1819 e il 1837 è documentata la realizzazione del terzo gradino in legno, delle porte e dei coretti laterali, che appaiono un naturale completamento dell'altare maggiore, che viene così incorniciato da un fondale architettonico nel quale si aprono due accessi centinati al coro. Le aperture sono inquadrate da triglifi con elementi fitomorfi penduli e concluse superiormente da un fastigio sagomato che reca al centro un cespo di foglie di quercia entro una cartella a fagiolo. L'esecuzione di questi arredi, di gusto pienamente neoclassico, è ricordata nella relazione pastorale del 1837 tra le «innovazioni» apportate alla chiesa dopo il 1819; nella medesima occasione furono realizzati anche due tavolini, descritti dalle fonti assieme ai gradini come eseguiti «il tutto a foggia di marmo». Di quei tavolini oggi probabilmente ne rimane solamente più uno, posto in cornu epistolae (sulla destra dell'altare).
La balaustra, ricordata nella relazione pastorale del 1868 e nella visita del 1885, conserva la caratteristica doppia curvatura di tradizione settecentesca, ma rivela al tempo stesso un orientamento già neoclassico nella forma cilindrica delle colonnine.
Le cappelle sono presentate seguendo l'ordine di percorrenza della navata, dal fondo verso l'altare maggiore, prima sul lato sinistro e poi sul lato destro.
La cappella, la prima sulla sinistra per chi entra in chiesa e avanza verso l'altare maggiore, venne realizzata nel corso dell'Ottocento, in sostituzione di un precedente altare dedicato a sant'Antonio da Padova e a san Guglielmo d'Aquitania, documentato nella visita pastorale del 1729 e sostituito prima di quella del 1837 che già certifica il nuovo assetto. L'attuale intitolazione a sant'Antonio abate sostituì quindi una precedente dedicazione, legata alla presenza di un beneficio ecclesiastico fondato da Guglielmo Zoppa, che prevedeva la celebrazione settimanale di una messa presso l'altare.
L'ambiente, seppur di dimensioni contenute, si configura come una nicchia con pianta rettangolare e riprende l'organizzazione spaziale degli altri vani laterali della navata, attraverso un sistema decorativo unitario che coinvolge pareti, copertura e apparato liturgico. Le pareti sono dipinte in tonalità monocroma prevalentemente ocra, con alcune cornici decorative che spezzano l'uniformità del colore principale. La zona superiore della cappella, si sviluppa con un cornicione aggettante sormontato da quattro lunette decorate con motivi pittorici, anch'essi affini a quelli presenti nella volta della chiesa e nelle altre cappelle laterali, caratterizzate da un fondo cromatico rosato. La copertura è conclusa da una cupola ellittica con fondo azzurro chiaro, soluzione che contribuisce ad ampliare visivamente lo spazio e a conferirgli maggiore luminosità.
L'attuale allestimento conserva un apparato marmoreo unitario, costituito dalla mensa, dal tabernacolo, dal dossale e dal coronamento superiore. L'altare, realizzato in marmo bianco con leggere venature scure, presenta una composizione architettonica sobria, nella quale gli elementi strutturali sono valorizzati da una decorazione a motivi geometrici con finiture dorate, distribuita sull'intero apparato.
Sul fronte della mensa compare il monogramma «SA», riferimento al titolare della cappella, sant'Antonio abate. La mensa è sostenuta da due colonnine di tonalità calde, tendenti al marrone chiaro e all'arancio, che sorreggono il piano superiore costituito da una lastra di marmo bianco con leggere venature scure, al centro della quale è ricavato l'incavo destinato alla pietra d'altare.
Al di sopra dell'altare si sviluppa il dossale marmoreo, coerente per materiale e linguaggio decorativo con la mensa sottostante. La struttura, caratterizzata da una partitura geometrica sobria e ordinata, incornicia la pala d'altare e si conclude superiormente con una cimasa mistilinea decorata da motivi ornamentali dorati, conclusa dalla presenza della croce.
La pala d'altare raffigura l'apparizione della Vergine con il Bambino a sant'Antonio abate. La composizione segue il consueto schema della visione celeste, con il santo collocato in primo piano e la presenza della Vergine nella parte superiore della scena, entro le nubi, accompagnata da alcuni cherubini. Sant'Antonio è rappresentato secondo l'iconografia tradizionale, riconoscibile per il saio, il bastone e il libro, attributi che ne sottolineano il ruolo di abate e taumaturgo.
Particolarmente interessante dal punto di vista iconografico è la presenza, ai piedi del santo, di alcuni porcellini d'India in luogo del tradizionale maialino che accompagna abitualmente l'immagine del santo. Tale variante costituisce un elemento distintivo della pala e modifica uno degli attributi più consueti della tradizione figurativa del santo. Dal punto di vista storico-artistico, il dipinto, privo di attribuzione nota, si inserisce nell'ambito della produzione devozionale ottocentesca, caratterizzata da una composizione chiara e immediatamente leggibile, destinata alla funzione liturgica e alla devozione popolare.
Nello spazio della cappella è attualmente collocata una statua policroma raffigurante il titolare della cappella: si tratta di un elemento autonomo rispetto all'apparato dell'altare, ma inserito nel contesto senza modificarne il significato complessivo. Il santo è rappresentato secondo l'iconografia tradizionale, con il bastone a tau, il libro e l'animale ai piedi, attributi che ne consentono l'immediato riconoscimento.
La cappella del Cristo alla colonna sorge sul sito di una precedente dedicata a sant'Antonio abate, l'ultima sulla sinistra per chi entra in chiesa e avanza verso l'altare maggiore. Nel 1729 quest'ultima risultava ormai de omnibus destituta (“priva di ogni ornamento”) e destinata a essere demolita per lasciare spazio a un nuovo allestimento.
Infatti, il conte Ignazio Renato Birago (1721-1783) ottenne la proprietà della cappella di sant'Antonio abate cedendo alla comunità di Borgaro l'area necessaria alla costruzione del campanile: ottenuta la proprietà, il conte eresse la cappella privata gentilizia della propria famiglia, riservandosi il diritto di sepoltura per sé e per i propri eredi.
La nuova cappella gentilizia, completamente riallestita e dedicata a Cristo alla colonna, venne inaugurata il 25 aprile 1749, su specifica richiesta del conte rivolta all'arcivescovo Giovanni Battista Roero di Pralormo.
L'ambiente presenta un impianto architettonico coerente con la nuova funzione e, pur avendo dimensioni e forma analoga a quella delle altre cappelle della chiesa, se ne distingue per la ricchezza della decorazione. Attraverso un ampio arco, lo sguardo del visitatore è condotto dalla navata verso la parete di fondo, interamente occupata dall'apparato architettonico dell'altare. Esso costituisce il principale elemento decorativo della cappella: realizzato con il campionario di marmi policromi proprio della tradizione juvarriana, ampiamente diffuso nelle chiese storiche del territorio torinese e nelle residenze sabaude, presenta una mensa sulla quale si innalza il dossale, articolato mediante colonne che inquadrano la nicchia centrale e sorreggono la trabeazione. Quest'ultima è conclusa da un timpano triangolare al cui centro trova posto lo stemma della famiglia Birago, scolpito in marmo bianco di Carrara, che attesta il patronato della casata: tuttavia, a tenore delle descrizioni contenute nel Patriziato subalpino di Antonio Manno (Firenze 1895) l'arma non corrisponde a quella del ramo di Borgaro, bensì a quella del ramo di Torino, dal quale Ignazio Renato discendeva per linea di sangue (era infatti divenuto erede della linea di Borgaro solo per via dell'adozione da parte del conte Augusto Renato, privo di figli). Il coronamento è completato dalla croce e da due angeli posti ai lati, scolpiti in legno dipinto a imitazione del marmo dello stemma, che concludono la composizione accentuandone lo sviluppo verticale.
Al centro del dossale, all'interno della nicchia, è collocata la statua del Cristo alla colonna. La figura di Cristo legato alla colonna durante la Flagellazione costituisce il fulcro visivo e devozionale della cappella. Cristo è colto di tre quarti, mentre solleva le braccia dalla colonna, alla quale è legato tramite una catena. Il volto è rivolto verso il basso, mentre le gambe e il busto dall'anatomia realisticamente definita sporgono verso lo spettatore. Il contrasto tra la scultura chiara colta nel movimento e il fondo scuro e geometrico della nicchia e del dossale conferisce all'insieme un'aura di austera solennità.
La scelta di dedicare il nuovo ambiente a uno degli episodi della Passione può verosimilmente essere interpretata come un richiamo alla funzione sepolcrale della cappella, destinata ad accogliere le spoglie dei membri della famiglia Birago. Infatti, l'uso funerario della cappella risulta attestato già a partire dai decenni immediatamente successivi all'erezione della cappella: vi sono sepolti, oltre allo stesso Ignazio Renato Birago e alla moglie Bona Gabriella Caterina Verasis Asinari di Castiglione (1731-1794), anche il discendente Luigi Birago e la moglie Maria Francesca Alfieri, entrambi morti nel 1821, e la loro nipote Maria Luisa Giuseppina Birago, figlia di Corrado Alfieri Birago, morta all'età di tre anni nel 1826.
Il conte Ignazio Renato e la moglie Bona sono ricordati dalle lapidi fatte collocare sulle pareti laterali della cappella da uno dei figlio in occasione della loro morte. La lapide del conte, sulla destra, ricorda la sua carriera militare, la profonda religiosità, le qualità personali e l'interesse per l'architettura, ed è impreziosita da un busto che lo raffigura (secondo Augusto Cavallari Murat [Lungo la Stura di Lanzo, Torino 1973] l'opera potrebbe essere di Ignazio Collino, 1724-1793, collaboratore di Birago). La lapide di Bona ne celebra invece le virtù familiari e cristiane.
I testi delle lapidi, in latino, recitano:
A Ignazio Maria Renato Birago, conte di Borgaro Torinese, supremo armigero della Regina, maestro di fanteria nell'esercito, capo della divisione d'artiglieria, eccellente per fede, pietà religiosa, forza e perizia nell'architettura. Il figlio Aloisio [Luigi Vittorio Renato], in lacrime, dedicò al padre benemerentissimo. Visse 62 anni, morì il quarto giorno prima delle none di gennaio [2 gennaio] dell'anno 1783.
A Bona Caterina Birago nata dalla famiglia dei Verasis, esimia consorte del conte Ignazio Renato Birago, che, innestati dodici figli al tronco Birago, ancor più feconda di tutte le virtù, visse 63 anni, 1 mese e 14 giorni, e che, infine concluso l'ultimo giorno di vedovanza il quarto giorno delle idi di gennaio [10 gennaio] dell'anno 1794, lasciò perenne rimpianto e lutto per sé. Concittadini sopravvissuti, innalzate per sempre una preghiera.
L'insieme dell'altare rivela una progettazione unitaria nella quale gli elementi architettonici e decorativi sono organizzati per valorizzare la nicchia centrale e la statua del Cristo alla colonna. Si tratta probabilmente di un'opera ideata dal conte Ignazio in persona, vista la sua professione di architetto, che lo porterà in seguito a divenire primo architetto di corte (dal 1770 alla morte) e a occuparsi di alcuni dei più importanti cantieri sabaudi della seconda metà del Settecento.
Il trattamento dello spazio della cappella, piuttosto circoscritto, mediante un fondale rivestito in marmo presenta analogie con l'altare della cappella di Sant'Uberto della Palazzina di Caccia di Stupinigi. Poiché la cappella reale venne realizzata circa vent'anni dopo quella borgarese, non si può escludere che quest'ultima abbia costituito un precedente progettuale. Le principali differenze riguardano il repertorio cromatico dei marmi, più sobrio nella cappella di Borgaro e più vivace in quella di Stupinigi, mentre la disposizione degli elementi architettonici risulta pressoché invariata nelle due realizzazioni.
La statua del Cristo alla colonna trova invece un parallelo significativo con una scultura lignea di analogo soggetto e dimensioni custodita presso il Museo Diocesano di Torino: si tratta di un Cristo alla colonna attribuito allo scultore Francesco Maria Clemente (1701-1763), e proveniente da Moncalieri. Il confronto delle due opere potrebbe essere sicuramente una indagine fruttuosa per conoscere la storia di entrambe.
Nel corso del 2025 la cappella è stata interessata da un importante intervento di restauro che ha riguardato sia la cappella gentilizia dei conti Birago sia la porzione di volta immediatamente sovrastante in direzione del presbiterio. Il restauro è stato finanziato attraverso le donazioni della cittadinanza e i contributi del Comune e della Fondazione CRT (tramite il progetto “Cantieri diffusi”), ed è stato realizzato dalla ditta Riccardo Moselli – Restauro e conservazione di opere d'arte, sotto la supervisione della Sovrintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per la Città metropolitana di Torino.
Le superfici dipinte sono state sottoposte alla rimozione dei sali provocati dall'umidità di risalita e dalle infiltrazioni provenienti dalle coperture. Successivamente si è proceduto al recupero delle decorazioni sulla base delle tracce ancora conservate e del confronto con quelle delle altre cappelle della chiesa. Il restauro è stato condotto secondo due principi fondamentali: non introdurre elementi non documentati, ma ripristinare esclusivamente lo strato decorativo più antico ricostruibile; mantenere una coerenza di fondo tra la decorazione della zona di intervento con il resto della chiesa. Per questo motivo le superfici non rivestite in marmo sono state restaurate preservando le zone decorate con motivi ornamentali in linea con quelli delle altre cappelle e della volta e quelle dipinte in finto marmo, decorazione che caratterizza tutti i pilastri della navata. Al di sotto di questo strato, sono comunque state individuate e documentate tracce di precedenti apparati pittorici, mentre è stata rimossa una vernice moderna, probabilmente riferibile agli interventi del 1941, che alterava la cromia delle superfici.
Anche l'altare marmoreo è stato oggetto di un intervento conservativo. I marmi sono stati puliti e lucidati, mentre le numerose lacune, fratture e fessurazioni sono state stuccate e integrate mediante il ripristino pittorico delle venature. La struttura è stata consolidata attraverso la rimozione del cemento che ne appesantiva la parte interna, la sostituzione degli elementi metallici di ancoraggio e la realizzazione di un nuovo sistema di sostegno.
La statua del Cristo alla colonna è stata riscoperta, restaurata e ricollocata nella sua sede originaria proprio in occasione di questo intervento di restauro. Precedentemente, infatti, era conservata nei depositi della chiesa e, nella nicchia della cappella Birago, era stata impropriamente collocata, negli anni Cinquanta del Novecento, la statua del Sacro Cuore di Gesù (circostanza che contribuì anche al diffondersi di una diversa e non ufficiale intitolazione della cappella), a cui era collegata anche l'effige del Sacro Cuore dipinta al centro del soffitto della cappella, rimossa dopo essere stata documentata fotograficamente.
Infine, la cappella restaurata è stata valorizzata attraverso una nuova illuminazione, con luci adatte a valorizzare i punti più significativi della cappella. Il restauro ha inoltre consentito una nuova valorizzazione della cappella attraverso il miglioramento dell'illuminazione, ottenuto mediante l'installazione di nuovi apparecchi illuminanti, che valorizzano l'intero apparato architettonico e decorativo.
La cappella, la prima sulla destra per chi entra in chiesa e avanza verso l'altare maggiore, venne realizzata per volontà di don Anselmo Sciandra da Pamparato, parroco di Borgaro dal 1738 al 1773, che benedisse l'altare originario nel 1757. Lo stesso prevosto vi istituì un beneficio ecclesiastico, successivamente incorporato alla Parrocchia nel 1853, in virtù del quale era previsto l'obbligo di celebrare annualmente due messe cantate nelle ultime domeniche dei mesi di febbraio e di luglio. E la sua devozione si manifestò anche con la volontà di essere sepolto sotto l'altare stesso, desiderio che venne rispettato alla sua morte, avvenuta nel 1773.
Dell'allestimento originario di metà Settecento si conservano oggi il dossale e la relativa pala d'altare. La struttura riprende quella dell'attigua cappella del Rosario, realizzata tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento, con l'intento di creare uniformità tra le cappelle della navata destra. L'altare attualmente visibile è invece riconducibile, con ogni probabilità, al XIX secolo.
L'ambiente della cappella si configura come una nicchia laterale a pianta rettangolare, articolata attraverso un sistema decorativo unitario che coinvolge le pareti e la zona superiore del vano. Quattro lesene poste agli angoli dello spazio scandiscono la superficie muraria: questi elementi, decorati secondo il medesimo linguaggio ornamentale adottato nelle altre cappelle laterali e nella navata, sostengono una cornice aggettante che segna il passaggio alla parte superiore della cappella. Al di sopra di essa si sviluppano le lunette decorate con motivi pittorici coerenti con quelli presenti nella volta della chiesa, sulle quali si imposta la copertura curva del vano.
Il dossale settecentesco, ispirato a modelli di derivazione tardo-manieristica romana, è costituito da un'edicola delimitata da due colonne tortili con capitelli compositi, percorse da tralci vegetali. Esse sorreggono una trabeazione ornata da rosoni e festoni di frutta dorati, mentre al centro dell'architrave sono collocate due teste di cherubini rivolte verso il basso e circondate da raggi dorati.
Il coronamento superiore è formato da due volute speculari arricchite da elementi fitomorfi e rosoni, al centro delle quali è collocato un cartiglio recante l'iscrizione «S. IGNATIO A LOYOLA / S. MARGHERITAE A CORTONA / DEVOTI DICARUNT 1742», memoria dell'istituzione del beneficio della cappella. L'insieme decorativo, pur nella sua dimensione contenuta, riprende il linguaggio ornamentale del tardo Seicento piemontese, uno stile in parte superato, ma coerente con la cappella della Madonna del Rosario posta poco oltre sullo stesso lato della chiesa.
La pala d'altare raffigura al centro la Madonna Immacolata con il Gesù bambino. Quest'ultimo, impugnando la croce, trafigge il serpente del peccato, già schiacciato sotto i piedi della Vergine, secondo la tradizionale iconografia dell'Immacolata Concezione. Alla destra della Madonna è raffigurato sant'Ignazio di Loyola, inginocchiato e rivolto verso la Vergine. Il santo è riconoscibile dal libro degli Esercizi spirituali, aperto nella mano sinistra, sul quale compare il monogramma IHS inserito nel sole raggiante, simbolo della Compagnia di Gesù da lui fondata. Sul lato opposto è raffigurata santa Margherita da Cortona, vestita con il saio francescano di colore bruno e con il velo annodato sotto il mento. Ai suoi piedi compare il cane, uno degli attributi iconografici che tradizionalmente accompagnano la santa. L'intera scena è ambientata entro uno sfondo scuro, dal quale emergono, tra le nubi del cielo, sei cherubini dalle calde tonalità giallo-brune. La composizione segue il consueto schema piramidale delle pale d'altare settecentesche, con la Vergine posta al vertice quale mediatrice tra l'umanità e Dio. Secondo l'analisi stilistica condotta dalla Soprintendenza, il dipinto risulta contemporaneo alla realizzazione della cappella, anche se presenta alcuni rifacimenti databili tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, particolarmente evidenti nel volto di santa Margherita. La pala è puntualmente descritta nella relazione del 1769 e nell'inventario del 1898, entrambi documenti propedeutici a visite pastorali dell'autorità vescovile.
La cappella della Concezione di Maria Vergine, oggi non più esistente, occupava la nicchia centrale sulla destra di chi entra in chiesa e avanza verso l'altare maggiore. Si trovava dunque compresa tra le cappelle della Madonna del Rosario e di Sant'Ignazio di Loyola. Attualmente è sede delle statue della Madonna del Rosario e di san Giuseppe.
Le notizie relative alla sua edificazione sono piuttosto scarse. In assenza di fonti dirette, si può ragionevolmente ipotizzare che la cappella sia stata realizzata nel corso del Settecento, nell'ambito della prima significativa campagna di interventi che interessò la chiesa dopo la sua costruzione.
La prima attestazione documentaria della sua esistenza risale al 1752 ed è contenuta in un atto di permuta stipulato tra la comunità di Borgaro e il conte Ignazio Camillo Renato Birago, feudatario del luogo.
L'accordo prevedeva la cessione della cappella della Concezione al conte, il quale, in cambio, si impegnava a concedere alla comunità il terreno necessario per ampliare in profondità, sul lato opposto, la cappella allora dedicata a sant'Antonio da Padova e a san Guglielmo d'Aquitania (oggi cappella di sant'Antonio abate, la prima sulla sinistra di chi entra in chiesa e avanza verso l'altare maggiore).
Nello spazio così acquisito il conte Birago intendeva realizzare una tribuna privata, dalla quale assistere alle funzioni religiose. Il progetto prevedeva inoltre un collegamento diretto con il castello feudale mediante un passaggio sopraelevato che, attraversando la contrada Arbocco (l'attuale via Generale Perotti), avrebbe richiesto la costruzione di un arco.
Il medesimo documento riferisce inoltre di un recente consolidamento dei pilastri centrali della navata, eseguito per garantire una maggiore stabilità alla volta della chiesa. Tale intervento aveva ristretto sensibilmente lo spazio disponibile, costringendo a riadattare l'altare, che versava già allora in precarie condizioni di conservazione. La permuta avrebbe dunque garantito una nuova destinazione d'uso a quella parte della chiesa.
Benché l'accordo del 1752 ne prevedesse la demolizione per consentire la costruzione della tribuna, tale progetto non risulta essere mai stato attuato.
La cappella della Concezione è infatti ancora attestata nella relazione redatta da don Giuseppe Giacoma in occasione della visita pastorale del 1837: in quel documento si menziona l'esistenza di una controversia relativa alla proprietà e al diritto di patronato. Infatti, già al momento della permuta del 1752, il conte aveva preteso che la comunità di Borgaro risolvesse a favore della famiglia comitale le rivendicazioni di proprietà della cappella di contro alle rivendicazioni di altre famiglie del luogo. Il fatto che nel 1837 la controversia fosse ancora in atto sembra riflettere il mutamento delle priorità della famiglia Birago dopo la morte del conte Ignazio Camillo Renato Birago, nonché il diverso orientamento assunto dalla comunità, dal momento che la relazione di don Giacoma giunge persino a qualificare come illegittima la precedente concessione della cappella al feudatario.
Quanto alle condizioni materiali della cappella, la relazione del 1837 ne lamenta la decadenza: l'altare era privo di arredi e non era più in uso da molti anni la prassi di celebrare annualmente una messa nella festa della Visitazione della Beata Vergine Maria, con successiva benedizione del popolo dall'altar maggiore della chiesa.
L'ultima attestazione documentaria della cappella risale al 1868 ed è contenuta in una successiva relazione dello stesso parroco. Rispetto alla situazione descritta trent'anni prima, il quadro appare profondamente mutato. Dopo la visita pastorale del 1837 la cappella era stata infatti ridipinta, l'altare restaurato e nuovamente dotato di tutti gli arredi necessari e benedetto con l'autorizzazione del vicario generale Zappata. Erano inoltre riprese la celebrazione della santa messa con la benedizione nella ricorrenza della Visitazione della Beata Vergine Maria.
Dopo il 1868 la cappella della Concezione scompare dalla documentazione finora nota. È pertanto verosimile che la sua soppressione, con la conseguente demolizione dell'altare, sia avvenuta tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo. Infatti nei documenti del 1925 e del 1932 essa non figura più nel computo degli altari della chiesa.
La cappella della Vergine del Rosario, l'ultima sulla destra per chi entra in chiesa e avanza verso l'altare maggiore, venne edificata nel 1710 per iniziativa di don Giovanni Merenda di Niella (Cuneo), parroco di Borgaro dal 1706 al 1717, con l'intento di dotare la comunità di uno spazio destinato al culto della Vergine del Rosario. La costruzione della cappella, il più antico ambiente laterale conservatosi dell'intero edificio, si inserisce nella lunga tradizione devozionale legata alla Compagnia del Santissimo Rosario, eretta a Borgaro il 24 agosto 1638, uno dei principali sodalizi religiosi della comunità insieme alla Compagnia del Corpus Domini, entrambe attive per circa tre secoli fino agli anni Cinquanta del Novecento. Presso l'altare del Rosario, l'omonima compagnia godeva di uno spazio stabile per le celebrazioni e le pratiche di culto da essa promosse.
L'apparato della cappella conserva ancora il dossale ligneo settecentesco, realizzato in occasione della sua edificazione, con la nicchia centrale destinata ad accogliere la statua della Vergine del Rosario. L'attuale altare marmoreo è invece riconducibile al 1842 ed è documentato come dono della famiglia Rossi dall'iscrizione posta sulla mensa. Pur appartenendo a una fase cronologica successiva, l'altare marmoreo si integra con il dossale più antico, mantenendo la centralità della nicchia e della statua della Vergine all'interno dell'assetto liturgico della cappella.
La statua lignea dorata della Madonna del Rosario, oggetto del miracolo del 1713, è stata ricollocata nella sua sede originaria nel 2024, dopo essere stata trasferita nel magazzino parrocchiale negli anni Sessanta-Settanta del Novecento e sostituita con una statua raffigurante la Madonna di Lourdes. Il recupero della collocazione originaria ha restituito alla cappella la configurazione storica legata alla devozione mariana sviluppatasi fin dalla sua fondazione.
Fino all'Ottocento, come attestato dalle relazioni parrocchiali, la nicchia era chiusa da un telo raffigurante la Madonna con il Bambino, che veniva rimosso soltanto in occasione delle principali solennità per mostrare la statua ai fedeli. Davanti alla cappella era inoltre presente una balaustra lignea dorata che delimitava lo spazio liturgico, oggi scomparsa. Ogni anno, in occasione della festa della Madonna del Rosario (7 ottobre), la statua veniva rimossa dalla nicchia e portata in processione.
L'ambiente presenta un impianto architettonico coerente con quello delle altre cappelle laterali della chiesa e con il progetto decorativo unitario che caratterizza l'intero edificio. La cappella si apre sulla navata attraverso un ampio arco che introduce a uno spazio raccolto, nel quale le superfici murarie e gli elementi decorativi riprendono il medesimo linguaggio ornamentale adottato nella navata e negli altri ambienti laterali. Le decorazioni pittoriche delle pareti e della volta contribuiscono infatti a mantenere una continuità visiva tra la cappella e il resto dell'aula liturgica, secondo una concezione unitaria dello spazio sacro.
L'apparato dell'altare costituisce il principale punto di convergenza dello spazio, orientando lo sguardo del fedele verso la nicchia centrale e verso l'immagine della Vergine. L'altare costituisce il principale elemento decorativo della cappella. Il dossale ligneo, ascrivibile al primo quarto del XVIII secolo e ispirato a modelli di derivazione tardo-manieristica romana, è costituito da un'edicola delimitata da due colonne composite tortili percorse da un ramo di foglie. Esse sorreggono segmenti di frontone costituiti da volute speculari con elemento fitomorfo sul dorso e rosone nell'occhio. Sull'architrave liscia sono applicati rosoni e festoni di frutta dorati, arricchiti da decorazioni a volute ed elementi floreali e arborei, secondo un repertorio ornamentale che richiama il rapporto simbolico tra Maria e il tema della vita.
La composizione del dossale è organizzata per valorizzare la nicchia centrale, attorno alla quale si dispone la serie dei quindici misteri del Rosario. Essi sono inseriti entro corolle circolari lignee dorate, collegate tra loro da rametti di foglie che formano una composizione continua a sviluppo semicircolare. All'interno delle corolle trovano posto quindici tondi metallici, probabilmente in rame, fissati mediante quattro chiodi e dipinti a olio, raffiguranti i momenti principali della vita di Cristo e della Vergine secondo la tradizionale sequenza: l'annunciazione, la visitazione, la natività di Gesù, la presentazione al Tempio, la disputa con i dottori, l'orto del Getsemani, la flagellazione, l'incoronazione di spine, la salita al Calvario, la crocifissione, la resurrezione, l'apparizione agli apostoli, la pentecoste, l'assunzione della Vergine e l'incoronazione di Maria Vergine.
La particolare soluzione della cornice costituita da grosse corolle circolari rappresenta un elemento caratteristico degli apparati del Rosario diffusi nel corso del primo Settecento, adottati per la presentazione dei Misteri anche direttamente all'interno delle pale d'altare. Un confronto significativo è offerto da una pala d'altare conservata nella chiesa di Bramans, nella vicina Savoia, nella quale compare una soluzione compositiva analoga.
All'interno della nicchia centrale è collocata la statua della Vergine del Rosario. La Madonna è rappresentata incoronata e ammantata, con tunica e mantello dorati caratterizzati da un panneggio particolarmente ricco e accurato. Con la mano sinistra sostiene il Bambino Gesù, anch'egli incoronato e raffigurato nudo; entrambe le figure presentano le mani libere per sorreggere i rosari destinati alla devozione dei fedeli. Alla base della composizione emergono dalle nubi due volti di cherubini, mentre al collo della Vergine sono conservati numerosi ex voto, testimonianza della continuità del culto e del rapporto instaurato nel tempo tra l'immagine sacra e la comunità.
La cappella della Vergine del Rosario rappresenta quindi uno degli ambienti più significativi della chiesa di Santa Maria Assunta, nel quale architettura, arredo liturgico e immagine sacra concorrono alla costruzione di uno spazio destinato alla devozione comunitaria e alla memoria storica della popolazione borgarese.
Il miracolo della Vergine del Rosario del 1713 costituisce uno degli episodi più significativi nella storia della cappella e della devozione mariana della comunità borgarese. L'evento si verificò pochi anni dopo la costruzione dell'altare, in un momento in cui la cappella e la Compagnia del Rosario assumevano un ruolo centrale nella vita religiosa della comunità.
Il 1° ottobre 1713, domenica precedente alla celebrazione della festa della Madonna del Rosario, la statua della Vergine era stata rimossa dalla nicchia e collocata su un tavolo addobbato posto davanti all'altare, in preparazione della processione prevista per i vespri. Terminata la celebrazione della messa, mentre la maggior parte dei fedeli si era allontanata, alcuni membri della comunità rimasero presso la cappella a custodire l'immagine sacra.
I primi testimoni dell'evento furono Giovanni Rubato di Lucento, Francesca Burdisso, sottopriora della Compagnia del Rosario, e Gaspare Digone di Rivara. A questi si aggiunsero successivamente, dopo essere stati chiamati dai presenti, Giacomo Vigliermetto con la moglie Maria e Giovanni Battista Govone di Sciolze; Maria Morena, indicata tra coloro che assistettero all'evento, non rilasciò invece testimonianza.
Il giorno successivo il notaio comitale Domenico Perrucca, su richiesta del parroco don Giovanni Merenda, raccolse e certificò per iscritto le deposizioni dei presenti alla presenza di testimoni, conservando memoria ufficiale dell'accaduto.
Secondo quanto riportato nelle testimonianze, dalla statua della Vergine sarebbero sgorgate lacrime dagli occhi, dapprima dal lato destro e successivamente anche dal sinistro. I testimoni descrissero il fenomeno attraverso paragoni tratti dalla loro esperienza quotidiana, assimilando le dimensioni delle lacrime a un dito mignolo, a un'unghia, a un chicco di grano o a un cece. Dopo il fenomeno delle lacrime, il volto della Madonna avrebbe modificato il proprio incarnato, assumendo prima una colorazione rosso intenso accompagnata dalla comparsa di piccole gocce di sudore e tornando poi progressivamente alla tonalità originaria. Anche il volto del Bambino sarebbe stato interessato dalla comparsa di sudorazione.
Le testimonianze raccolte dal notaio costituiscono una fonte di particolare interesse per la storia della cappella, poiché restituiscono non soltanto la memoria dell'evento miracoloso, ma anche il linguaggio della devozione popolare e il rapporto tra la comunità e l'immagine sacra. La tempestiva registrazione dell'accaduto evidenzia l'importanza attribuita al fenomeno e la volontà di conservarne memoria ufficiale, in un momento in cui la cappella, recentemente edificata, consolidava il proprio ruolo quale centro della devozione mariana borgarese.
Il campanile fu edificato nella prima metà del XVIII secolo sul terreno dell'antico forno feudale, ceduto dal conte Ignazio Camillo Renato Birago alla comunità parrocchiale di Borgaro. La cessione rientrava in uno scambio patrimoniale con il quale il conte acquisì la proprietà dell'antica cappella di sant'Antonio abate, situata all'interno della chiesa parrocchiale. La cappella venne successivamente trasformata nella cappella gentilizia della famiglia Birago e dedicata a Gesù Cristo alla Colonna.
Al momento della costruzione della chiesa, l'edificio era privo di una torre campanaria. Le campane erano infatti collocate direttamente sul tetto e il loro peso, unito alle continue vibrazioni prodotte durante il suono, provocò fin dai primi decenni seri problemi statici alla copertura e alla volta della chiesa. La realizzazione del campanile rispose dunque a un'esigenza sia funzionale sia strutturale. Una volta ultimata la torre, nel 1752 si provvide anche al rifacimento della volta della chiesa, eliminando definitivamente le criticità causate dalla collocazione originaria delle campane.
La costruzione del campanile è documentata da diverse fonti conservate nell'archivio storico della Parrocchia. Tra queste assume particolare rilievo il brogliaccio dei conti parrocchiali relativo agli anni 1740-1764, intitolato Santi Cosma e Damiano. Sebbene il registro riguardi principalmente le spese sostenute per l'omonima cappella campestre, esso conserva anche numerose annotazioni relative ai lavori eseguiti presso la chiesa parrocchiale.
Da tali documenti si apprende che nel 1740, data che può essere ragionevolmente identificata con l'inizio della costruzione della torre, il parroco don Anselmo Sciandra, alla guida della comunità borgarese dal 1738 fino alla sua morte nel 1773, registrò l'offerta di Giuseppe Gatto di 49 lire per l'acquisto e il trasporto di 29.400 mattoni destinati alla fabbrica del campanile. La torre venne realizzata con pianta quadrata, tetto a quattro falde e croce sommitale.
Nel corso dei secoli il campanile fu interessato da diversi interventi di trasformazione, ancora chiaramente leggibili nella muratura. Le aperture della cella campanaria vennero parzialmente ridotte, la torre fu sopraelevata rispetto all'impianto originario e, ai livelli inferiori, sono ancora visibili le tracce di precedenti quadranti dell'orologio, testimonianza delle modifiche apportate nel tempo al sistema di misurazione delle ore.
Fin dalla sua edificazione il campanile fu accessibile sia dall'interno della chiesa sia direttamente dal vicolo parrocchiale attraverso un ingresso indipendente. Questa soluzione, ancora oggi conservata, testimonia il duplice ruolo della torre: da un lato elemento integrante dell'edificio sacro, dall'altro struttura legata anche alla vita civile, con l'autorità comunale dotata di un accesso diretto alla torre dalla pubblica via. Infatti, il campanile serviva non solo per il richiamo alle celebrazioni liturgiche, ma anche per scandire il tempo e la vita quotidiana dei Borgaresi. Questa duplice funzione permane tuttora, e il Comune provvede alla manutenzione dell'orologio e dell'illuminazione del campanile.
Le campane costituiscono uno degli elementi più significativi del patrimonio storico e liturgico della chiesa. Da secoli accompagnano la vita religiosa e civile della comunità borgarese, scandendo il tempo, richiamando i fedeli alle celebrazioni e annunciando gli avvenimenti più importanti della vita del paese.
Le relazioni parrocchiali del 1837, del 1840 e del 1868 attestano che, dalla costruzione del campanile fino ai primi decenni del Novecento, la torre ospitava soltanto due campane. Di quel primo concerto si conserva ancora oggi una delle due campane, successivamente affiancata da altri tre bronzi e integrata nell'attuale concerto di quattro campane. L'ampliamento venne realizzato nel 1932, quando la ditta Achille Mazzola di Valduggia fuse le nuove campane destinate a completare il complesso campanario.
Il campanone, dedicato all'Assunzione della Beata Vergine Maria, pesa circa 800 kg, misura 110 cm di diametro e intona la nota Mi³. È decorato con le immagini di Maria Assunta, dei santi Pietro e Paolo e del Cuore immacolato di Maria e reca l'iscrizione Assumpta est Maria in coelum (“Maria è assunta in cielo”).
La seconda campana, del peso di circa 350 kg e con un diametro di 85 cm, intona la nota La³. Fusa nel 1786 da Antonio Bianco di Torino, rappresenta l'elemento superstite del primitivo concerto campanario e continua ancora oggi a svolgere la propria funzione, dopo quasi 240 anni di servizio. Vi sono raffigurati l'Assunzione della Vergine Maria, la Crocifissione e i santi Cosma e Damiano; reca inoltre l'iscrizione Opera magnificae comunitatis Borgarii Taurinensis (“Opera dell'illustre comunità di Borgaro Torinese”).
La terza campana, del peso di circa 270 kg e con diametro di 70 cm, intona la nota Si³. Vi sono raffigurati un ostensorio con il Corpo di Cristo, sant'Antonio Abate, Maria Immacolata e san Benedetto martire; l'iscrizione recita Bone pastor, panis vere, Jesu, nostri miserere (“Buon pastore, vero pane, o Gesù, abbi pietà di noi”).
La quarta campana, del peso di circa 100 kg e con diametro di 50 cm, intona la nota Mi⁴. È decorata con le immagini della Madonna del rosario, di sant'Antonio abate e di due figure di martiri e reca l'invocazione Regina sacratissimi Rosarii, ora pro nobis (“Regina del santissimo rosario, prega per noi”).
Nel marzo 2011 le campane furono calate dalla cella campanaria e trasferite presso la ditta Trebino di Uscio (GE) per un intervento di pulitura e lucidatura. Contestualmente furono restaurati e riverniciati anche i ceppi e i supporti metallici; al termine dei lavori i bronzi vennero ricollocati nella loro sede originaria, dove continuano tuttora a svolgere il loro servizio.
La torre conserva significative testimonianze dell'antico sistema di suono manuale: le carrucole, i fori per il passaggio delle funi lungo la scala e alcune corde storiche, sostituite più volte nel corso dei secoli e recentemente recuperate e pulite. Attraverso questo sistema era possibile azionare le campane dalla base del campanile senza raggiungere la cella campanaria.
Il funzionamento del concerto campanario e dell'orologio è oggi affidato a una centralina elettronica, che gestisce automaticamente i rintocchi delle ore, le suonate liturgiche e le altre programmazioni.
Dal 2023 la regolazione dei rintocchi delle campane è curata dai volontari di CampaneTO, sodalizio di volontari che collabora con l'Arcidiocesi di Torino nel censimento, nella manutenzione e nella valorizzazione del patrimonio campanario del territorio. Il Comitato Pro Chiesa Centro Storico desidera esprimere il proprio ringraziamento per la competenza e la disponibilità dimostrate negli interventi eseguiti presso il campanile di Santa Maria Assunta e negli altri campanili della diocesi.
Al di sotto della cella campanaria, il quadrante dell'orologio è l'elemento più strettamente legato alla funzione civile svolta dal campanile, che nei secoli ha scandito il tempo quotidiano della comunità borgarese. L'orologio, i cui quadranti sono stati completamente restaurati e dotati di una nuova illuminazione nel febbraio-marzo 2026 dalla ditta Trebino, è regolato dallo stesso sistema elettrico che presiede anche ai rintocchi delle campane.
Tuttavia, in origine era azionato attraverso meccanismi a carica manuale. Nel corso della storia della torre si sono probabilmente succeduti diversi di questi meccanismi: l'ultimo è stato recuperato alcuni anni fa dalla torre campanaria grazie all'opera di un gruppo di parrocchiani coordinato da Antonio Panarelli.
A lungo rimasto in deposito nei locali della vecchia casa parrocchiale, nel 2024 è stato esposto al pubblico e nel 2025 Pio Olivero di Sommariva del Bosco (CN), un artigiano esperto di antichi orologi da torre, ha generosamente accettato l'incarico di restaurare il meccanismo, riportandolo alla piena funzionalità e integrandolo con una piccola campanella dimostrativa. Il sistema, nuovamente operativo, è oggi esposto all'interno della chiesa e permette di comprendere il funzionamento degli antichi orologi monumentali.
Lo studio della targhetta di fabbrica, il confronto con altri meccanismi coevi — tra cui quelli conservati a Bussolino di Gassino, Sommariva del Bosco e presso la Torre Civica di Sassari — e il confronto con la bibliografia specialistica sugli antichi maestri orologiai hanno permesso di attribuire la costruzione del meccanismo alla ditta Sola & Granaglia, con sede in via Po a Torino.
L'azienda, fondata nel 1819, utilizzò questa denominazione nella prima fase della propria attività, prima di assumere intorno al 1850 il nome Ved. Sola Granaglia. Il meccanismo conservato a Borgaro è pertanto anteriore a tale data e rappresenta una significativa testimonianza della produzione orologiaia torinese della prima metà dell'Ottocento.
Il funzionamento dell'orologio era affidato a un sistema interamente meccanico basato sul movimento di pesi, cilindri e ingranaggi. Su due grandi cilindri erano avvolte corde, inizialmente in canapa e successivamente metalliche, collegate a pesanti contrappesi in piombo che fornivano l'energia necessaria al movimento. Periodicamente il meccanismo doveva essere ricaricato manualmente attraverso un'apposita manovella.
Una volta caricato, il meccanismo era regolato dal movimento del pendolo, che trasmetteva progressivamente il moto agli ingranaggi responsabili della misurazione dei secondi, dei minuti e delle ore. Attraverso appositi alberi di trasmissione il movimento raggiungeva i quadranti esterni della torre, rendendo visibile alla comunità lo scorrere del tempo.
Il meccanismo comprendeva inoltre un sistema dedicato alla suoneria delle ore. Una ruota sagomata azionava una serie di leve e ingranaggi fino a raggiungere il dispositivo collegato alle corde del batacchio della campana, consentendo così di accompagnare la misurazione del tempo con il tradizionale rintocco orario.
Fin dal XVIII secolo la chiesa di Santa Maria Assunta ha ospitato due compagnie religiose: la Compagnia del Santissimo Sacramento e la Compagnia del Santissimo Rosario. La loro esistenza è testimoniata in tutte le relazioni parrocchiali e da altri documenti conservati nell'archivio storico parrocchiale. In special modo le relazioni in vista delle visite pastorali del 1837 e del 1868, redatte da Don Pietro Giacoma, permettono di ricostruire alcune caratteristiche delle due compagnie.
La Compagnia del Santissimo Sacramento aveva sede presso l'altare maggiore della chiesa parrocchiale e aveva come festa principale e unica quella del Corpus Domini. Si apprende come la stessa Compagnia fosse incaricata dell'organizzazione delle celebrazioni che si svolgevano «in pompa».
La Compagnia del Santissimo Rosario aveva sede presso l'altare omonimo della chiesa, edificato a inizio Settecento e collocato nell'ultima cappella sul lato destro della navata della chiesa. Come onere principale aveva quello di curare l'organizzazione della festa della Madonna del Rosario e, durante l'anno, di mantenere la pietà e il decoro delle sacre funzioni.
Tra Ottocento e Novecento la vita religiosa e spirituale della parrocchia fu interessata da profonde trasformazioni che portarono alla nascita di numerose associazioni e pie unioni che si affiancarono alle due esistenti fino a quel momento. Tra le nuove realtà associative assunse particolare rilievo la Pia Unione delle Figlie di Maria, probabilmente istituita nel 1904, anno a cui risale lo statuto (citato nelle relazioni parrocchiali del 1928 e del 1932). L'associazione rimase attiva fino agli anni Sessanta-Settanta del Novecento, lasciando testimonianza della propria presenza attraverso lo stendardo ancora conservato nei depositi della chiesa.
Nei primi anni del Novecento nacque anche la Pia unione di sant'Antonio abate, istituita con finalità legate alla protezione degli animali e al mondo agricolo. Nella relazione parrocchiale del 1906 essa viene indicata, come altre associazioni del periodo, «a titolo di prova», suggerendo una fase iniziale di organizzazione. È l'unica tra le nuove istituzioni religiose sorte in questo periodo ad avere mantenuto una certa qual forma di continuità fino ai giorni nostri, sebbene trasformata in comitato per i festeggiamenti del santo patrono del mondo agricolo.
Allo stesso periodo risalgono altre pie unioni e compagnie, documentate soprattutto nelle relazioni parrocchiali del primo Novecento, delle quali tuttavia si perdono le tracce dopo il secondo conflitto mondiale. Tra queste si ricordano la Pia unione del Sacro Cuore di Maria per la conversione dei peccatori, attestata per la prima volta nel 1906 e successivamente nel 1915, 1925 e 1932, con sede presso l'altare del Rosario; la Pia unione di san Benedetto Martire, nata con finalità di protezione delle campagne e anch'essa indicata nel 1906 come «in prova», della quale rimane oggi la bandiera; la Compagnia della Madonna del Carmine, documentata nelle sole relazioni del 1906 e del 1915; il Terz'ordine francescano, associazione laicale di ispirazione francescana citata nelle relazioni del 1906, 1915, 1925 e 1932; e l'Opera della propagazione della fede, istituzione missionaria pontificia attestata a Borgaro dal 1906 e ricordata fino al 1925, ma non più presente nella relazione del 1932.
Nel corso degli anni Venti si aggiunsero ulteriori realtà associative. La Compagnia della dottrina cristiana, non ancora costituita nel 1915 ma già prevista nelle intenzioni della parrocchia, venne istituita ufficialmente entro il 1925 e risulta ancora documentata nel 1932. Nello stesso periodo è attestata la Compagnia di san Giuseppe per la buona morte, con sede presso l'altare omonimo, citata per la prima volta nel 1925 e nuovamente nella relazione del 1932. Già dal 1906 era inoltre attiva la Pia unione delle anime riparatrici, dotata di un consistente numero di iscritti e ricordata anche nelle successive relazioni del 1915, 1925 e 1932.
Accanto alle pie unioni e alle compagnie di carattere devozionale si svilupparono, nel primo dopoguerra, anche associazioni legate al movimento cattolico organizzato. Nel 1920 furono costituite le associazioni giovanili «Fides et Opera» e «Vertus», entrambe rivolte alla formazione dei giovani cattolici e documentate nella relazione del 1932. Ad esse si aggiunsero il Gruppo delle donne cattoliche, istituito nel 1919 e attestato nel 1932, e l'Unione degli uomini cattolici, fondata nel 1929 e anch'essa ricordata nella medesima relazione. Le associazioni dell'Azione Cattolica, infine, sono documentate nella visita pastorale del 1941 e continuarono la propria attività anche nel secondo dopoguerra, almeno fino agli anni Sessanta.
Dopo il secondo conflitto mondiale la maggior parte di queste realtà associative cessò progressivamente la propria attività. Sopravvissero più a lungo la Pia unione delle Figlie di Maria, l'Azione Cattolica e le più antiche Compagnie del Santissimo Sacramento e del Santissimo Rosario.
Un caso distinto rispetto alle altre associazioni è rappresentato dalla Pia società dei santi Cosma e Damiano, la cui origine risale probabilmente agli inizi dell'Ottocento, intorno al 1810, secondo quanto riportato nelle relazioni parrocchiali del 1906 e del 1915. Essa nacque con lo scopo di organizzare i festeggiamenti dei santi patroni presso la cappella campestre loro dedicata al di fuori dell'abitato. La prima attestazione documentaria risale alla relazione del 1837, nella quale tuttavia non viene indicata la data di fondazione ma soltanto la finalità dell'istituzione. Nel corso del tempo la Pia società sembra essersi assimilata alle forme associative delle compagnie religiose, sebbene le fonti non ne definiscano con precisione la natura. La sua presenza è comunque ampiamente documentata dalla conservazione di due bandiere e di uno statuto, testimonianze materiali della continuità della devozione ai santi Cosma e Damiano.